Un giorno un re dei Yoruba fu sequestrato e tenuto rinchiuso in una prigione, senza acqua e senza cibo. Un topolino entrò di straforo nella cella e il re decise di non mangiarlo perché comunque, prima o poi, sarebbe morto di fame e di sete. Da quel giorno il topolino portò al re da mangiare e da bere, e quando i carcerieri, trascorsa una settimana, trovarono il sovrano in perfette condizioni, lo lasciarono libero temendo che, nella sua abilità di sopravvivere a condizioni avverse, vi fosse qualcosa di magico.

Lo stesso accadde ad una tartaruga. Gli abitanti di un villaggio prima cercarono di farla morire nel fuoco, poi di affogarla in una pozza d’acqua, quindi di farla morire seppellendola viva. Ma in ognuna delle circostanze la tartaruga riuscì a sopravvivere. Ritraendosi nel suo guscio, aspettò fino a quando le fiamme fossero cessate. E sempre protetta dal suo guscio, attese che l’acqua della pozza in cui era stata gettata, si asciugasse ai raggi del sole. Infine, dalla terra dove era stata seppellita, fu tirata fuori da un passante curioso. Vedendo che la tartaruga era riuscita a sopravvivere al fuoco, all’acqua e alla terra, gli abitanti del villaggio si convinsero che nella sua capacità di sopravvivenza vi fosse qualcosa di magico e da quel giorno la lasciarono in pace.

Le due storie mostrano come gli uomini non riescano a capire mai le cause degli eventi. La sopravvivenza di re e tartarughe, e di tanti altri, non dipende dalla magia, ma dalla pazienza, dalla fortuna e dal provvidenziale intervento di una mano amica.

 

riccardo pelizzo

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