La terra, inizialmente piatta, fu scavata dai fiumi che diedero così vita alle montagne.

Le montagne si ergevano sulla savana pianeggiante e si innalzavano fino alle nuvole sulle quali, si dice, riposavano gli uccelli maggiori.

Su queste nuvole, soffici, facevano il loro nido gli avvoltoi, che di tutti gli uccelli, erano allora quelli più belli. Avevano grandi ali, come quelle delle aquile, loro sorelle; avevano un collo lungo, come quello dello struzzo che corre sulla terra; ed avevano il capo adornato di piume dai colori uguali a quelli dei fiori della vicina foresta.

Alcuni ritengono che, in quei tempi antichi, gli avvoltoi si cibassero del cibo delle nuvole. Altri dicono che gli avvoltoi si nutrissero con i colori dell’arcobaleno. Ma su questo non si sa nulla di preciso, perché si tratta di vicende lontane nel tempo e che nessuno ricorda più bene.

Si sa però che un giorno, stanchi del loro pasto abituale, gli avvoltoi decisero di andare a caccia, per poter assaggiare finalmente il cibo di cui si nutrivano  l’aquila e il leone.

Gli avvoltoi scesero dalle nuvole e volarono fino a terra, dove ghermirono con i loro artigli una piccola lepre.

Le lepre disse: «Io sono piccola, voi siete tanti, e siete grandi. Se mi mangiate avrete più fame di prima. E’ molto meglio che mi lasciate andare e prendiate una preda più grande.»

Gli avvoltoi ci pensarono sopra e dopo qualche istante, rimisero la lepre in libertà. Ripresero il volo, videro un rinoceronte e cercarono di ghermirlo con i loro artigli.

«Io non ho niente in contrario, se voi avete deciso di mangiarmi» disse il rinoceronte. «Ma ho la pelle dura, i piedi callosi, due corni sul naso. Se mi mangiate, vi potrebbe venire il mal di becco. Io credo che per voi andrebbe meglio una preda più tenera.»

Gli avvoltoi, che comunque non erano riusciti ad artigliare una preda tanto grande, rifletterono brevemente sulle parole del rinoceronte e decisero di seguire il suo consiglio.

Ripresero così il volo, e dal cielo scorsero via via tutti gli animali della savana. Videro il leone con la sua criniera, l’elefante dalle grandi orecchie, l’altissima giraffa, e il coccodrillo che scivola come un tronco sull’acqua. E fra tutti questi animali, non ne videro uno che andasse bene.

Poi, sulle rive del fiume, avvitarono il facocero che si rotolava come un maialino nel fango e si lanciarono in picchiata su di lui, lo afferrarono saldamente con i loro artigli, e si prepararono a farne un solo boccone.

«Lasciatemi andare» disse il facocero. «Io non vado bene per voi.»

E gli avvoltoi dissero: «Per noi vai benissimo. Sei più grande della lepre e più tenero del rinoceronte.»

«E’ vero» proseguì il facocero. «Ma io sono brutto, sono peloso, ho i denti storti, e sono tutto sporco. Mentre voi siete belli, siete forti, siete così eleganti con i vostri colori. Vi serve una preda più adatta a voi.»

Gli avvoltoi considerarono le parole del facocero e giunsero alla conclusone che in effetti un uccello elegante non si può cibare di un animale infangato. Pertanto, pulendosi gli artigli dalle incrostazioni di fango, rimisero il facocero in libertà.

Arrivò quindi la sera e gli avvoltoi, ancora affamati, decisero di tornare al loro nido tra le nubi.

Ma questo non fu loro possibile.

«Chi brama le cose di terra» dissero le nuvole in coro, «non può cibarsi delle cose del cielo. Da oggi e per sempre vi dovrete nutrire di quello che offre la terra. Vi riempirete il becco di fango, di polvere e di ossa spolpate.»

Gli avvoltoi, tornati a terra, con animo disperato si strapparono tutte le piume dalla testa. E da quel giorno si accontentano di quanto trovano fortuitamente, perché hanno imparato che chi non sa appagarsi di quello che ha, rischia di perderlo e di non avere nient’altro.

riccardo pelizzo

 

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