Un giorno il re degli animali organizzò un banchetto. Arrivarono per primi lo struzzo e  il ghepardo, giunsero poi il leopardo, il facocero, quindi tutti gli altri animali. Per ultimo arrivò l’ippopotamo.

Al suo arrivo l’ippopotamo diede una spallata all’elefante che perse l’equilibrio e quasi cadde, calpestò poi una tartaruga indifesa che stava cercando di trovare il suo posto alla mensa del re, e quindi, adiratosi con il serpente, lo divorò.

Il re, che aveva visto tutto, scosse la testa.

«C’è molta malvagità nel tuo cuore, amico ippopotamo» disse il re.

«Non è così, maestà» replicò l’ippopotamo.

«Non hai forse colpito l’elefante senza motivo?»

«Non l’ho fatto apposta, ci siamo solo scontrati per caso.»

«Non hai forse schiacciato la povera tartaruga?»

«Non l’ho fatto apposta, ma io sono grande e lei è molto piccola, non l’ho vista e l’ho schiacciata involontariamente.»

«Che ne hai fatto del serpente?»

«Non so, non l’ho nemmeno visto.»

«Non l’hai visto prima o dopo averlo mangiato?»

«Io mi nutro solo di erbe. Come puoi pensare, maestà, che io abbia mangiato il serpente?»

Il re si alzò dal suo trono, pronunciò alcune parole, aprì la bocca dell’ippopotamo e ne estrasse il serpente.

«Perché allora c’è un serpente nella tua bocca?» chiese il re.

«Non so, io ho una bocca molto grande, forse il serpente è entrato mentre avevo la bocca aperta per farmi pulire i denti dagli uccelli.»

«Amico ippopotamo, tu sei grande e molto forte, ma non dici il vero. Noi tutti abbiamo veduto quello che hai fatto. Ti prego di andartene e di lasciare la savana. Va nel fiume e nasconditi là perché il sole ti sarà nemico e ti brucerà la pelle. L’acqua coprirà la tua malvagità, la tua violenza e le tue bugie. Camminerai sul fondo del fiume, avvolto nel fango sollevato dai tuoi passi pesanti,  e ti ciberai delle erbe dure che crescono nelle acque impure. Non ci sarà amicizia fra te e le creature della savana, tra i tuoi figli e i loro figli.»

Per questo, ancor oggi, l’ippopotamo vive nei fiumi solo con i suoi simili. La sua forza basta appena per sopportare la sua pena.

 

riccardo pelizzo

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