Per alcuni, l’università italiana è in crisi, e, per corroborare questo punto di vista si ricorda che i concorsi sono truccati, i neo assunti sono incompetenti, i finanziamenti non bastano, gli studenti sono scandenti. Per altri invece, quelli dell’università italiana sono minimi, e per supportare questa posizione si ricorda che abbiamo università eccellenti, i nostri docenti insegnano bene, che ci sono eccellenze riconosciute internazionalmente, e che noi italiani siamo uno dei popoli più colti al mondo.

In questo dibattito, si trascura, invece, un fatto fondamentale e cioè che l’università gode di buona salute solo nella misura in cui c’è una domanda di sapere e, a parere di chi scrive, non è detto che ci sia una tale domanda (di sapere).

Negli Stati Uniti, per esempio, si rimprovera all’università di non fornire un’educazione o una formazione che faciliti l’ingresso nel mondo del lavoro o che qualifichi professionalmente, col risultato che si è registrato un calo nelle iscrizioni universitarie, che ci si aspetta una diminuzione crescente negli anni a venire, e che si teme che tremila università possano chiudere i battenti a causa delle poche iscrizioni.

Se anche in Italia, dove i trend statunitensi finiscono sempre con l’arrivare, si dovesse registrare un calo di interesse per l’educazione terziaria, con annesso calo delle iscrizioni, anche l’università italiana si potrebbe trovare in crisi.

Curiosamente, mentre nel nord del mondo le università – tranne ovviamente quelle antiche, ricche e prestigiose – sono un po’ in crisi o sono in una crisi che potrebbe aggravarsi nei prossimi anni, il Sud del mondo ci offre un quadro diverso: c’è una enorme (e sempre crescente) domanda di sapere a cui, la classe politica risponde creando o cercando di creare ottime università.

Una quindicina d’anni orsono chiesi ad un docente, olandese, della Singapore Management University perché ci fosse venuto e lui mi rispose che è un fatto molto raro, pressochè eccezionale, poter essere uno dei docenti fondatori di una università perché le università non nascono tanto facilmente. Bologna ha i suoi 929 anni, per cui, dal 1088, nessun professor bolognese (eccetto quelli che andarono qualche anno dopo a fondare l’università di Padova,…) ha fondato una nuova università.

Quindici anni dopo, invece, di università nel Sud del Mondo ne sono nate: governi e filantropi, dall’Africa all’Asia centrale, hanno creato numerose università che, una volta create, si sono messe a fare ricerca e attività didattica per un numero sempre crescente di studenti. Le organizzazioni internazionali, che si preoccupano di promuovere lo sviluppo, a loro volta hanno fatto investimenti ingenti per migliorare varie università del Sud del Mondo.

Per cui, nel Sud del Mondo oggi, abbiamo una crescita sia quantitativa che qualitativa della realtà accademica, cosa che, a sua volta, comporta la creazione non solo di classi dirigenti sempre più preparate, ma che pone anche le basi per la ricerca, l’innovazione, e lo sviluppo socio-economico.

Cosa comporta tutto questo? Che il Sud del Mondo possa fare notevoli progressi nel ridurre il divario dal Nord del Mondo da un punto di vista culturale, che possa porre le premesse per una crescita economica sostenibile, che possa fare progressi sulla strada dello sviluppo, e, subordinatamente, possa arrivare a modificare i termini del suo rapporto con il Nord del Mondo. E quel tramonto dell’Occidente, di cui aveva parlato Spengler un centinaio di anni fa e che finora si era riusciti a rallentare/evitare, finirebbe col compiersi.